My blog

Per me, io sono colui che mi si crede.

 

ME

Parlami dell'esistenza di mondi lontanissimi, di civiltà sepolte, di continenti alla deriva. Parlami dell'amore che si fa in mezzo agli uomini, di viaggiatori anomali in territori mistici.

 

Love and Hate

Love: Me stesso, l'arte, la bellezza, Una Certa Persona (Per Sempre), la libertà, il teatro, il gesto di abbracciare qualcuno, essere obbedito, non fare niente, non essere contrastato, andare contro gli altri, scrivere, pensare, sfottere.

 

Hate: l'essere diverso da me, i ricchi, i potenti, gli stupidi, gli ignoranti, i brutti, i volgari, le mode, la cattiva musica, le urla, gli edifici che ingombrano il cielo, le coppie sbagliati, la legge economica dei sentimenti, le dittature, la confusione, le folle.

 

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Thoughts

In questa notte estremamente fausta permettimi dunque, in luogo del più consueto nomignolo, di accennare al carattere di questa Dramatis Persona. Voilà! Alla vista un umile veterano del vaudeville, chiamato a fare le veci sia della vittima che del violento dalle vicissitudini del fato. Questo viso non è vacuo vessillo di vanità, ma semplice vestigia della vox populi, ora vuota, ora vana. Tuttavia questa visita alla vessazione passata acquista vigore ed è votata alla vittoria sui vampiri virulenti che aprono al vizio, garanti della violazione vessatrice e vorace della volontà!... L'unico verdetto è: vendicarsi!... Vendetta!... E diventa un voto non mai vano poiché il suo valore e la sua veridicità vendicheranno un giorno coloro che sono vigili e virtuosi. In verità questa vichyssoise verbale vira verso il verboso, quindi permettimi di aggiungere che è un grande onore per me conoscerti e che puoi chiamarmi V.

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Iliade, Odissea, Prometeo incatenato, Carmi di Catullo, De rerum natura, Eneide, Divina Commedia, Orlando Furioso, Molto rumore per nulla, Amleto, Sonetti di Foscolo, David Copperfield, Oliver Twist, Maschere nude di Luigi Pirandello, Il ritratto di Dorian Gray, Così parlo Zarathustra, Pensieri di Pascal, Il rosso e il nero, I fiori del male, I racconti di Poe e di Woody Allen, Luciano di Samosata, quello che capita.

 

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Musica

Lucio Battisti, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Rino Gaetano, Giorgio Gaber, Renato Zero, Caparezzai, singoli commerciali, rock progressivo italiano e non, canzoni sparate a mille durante le feste, and so forth.

 

Motti

Il vostro dispiacere è il mio piacere, il piacer vostro è il dispiacere mio.

 

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Recitare l'Amleto appena una volta.

Abbracciare Quella Persona.

Entrare nella storia dell'arte.

Deridere e comandare.

 

cLOCK AND CALENDAR

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229 - Inizia la guarigione

Wrote in mercoledì, 11 novembre 2009

At 23:14  

 



OK, l'altra sera ero un po' ubriaco, e ho decisamente esagerato.
Oggi, dopo aver toccato il fondo, ho deciso di riprendermi. Grazie anche a una conversazione fondamentale con un amico che è per me una sorta di secondo padre, ho capito di poterci riuscire. Certe ferite non si rimarginano del tutto, certo, ma con un congruo numero di fasciature, come Goemon, l'amico di Lupin, si avvertono di meno.
La filosofia cambia, il titanismo s'adegua e la guarigione inizia.
Fratello Ludovico (Ariosto), fatemi adeguato lume: Atlante vuol crescere, qui. Vuol farsi uomo, da bambino.

Ottimo. Basterà mirare al giusto, scansare, rasentandolo, l'impossibile.
Ce la posso fare.

 

 

 

228 - Forza e coraggio

Wrote in lunedì, 09 novembre 2009

At 23:16  

 



Sono secoli che non scrivo qui...
la mia vita privata sta diventando troppo privata, cioé troppo priva, perché abbia voglia di trascriverla qui.

Non è un buon periodo, no, anzi, diciamoci la verità: è il peggior periodo che sto passando da molto, molto tempo. Tre mesi fa ho fatto una scelta, che al momento mi è sembrata buona, ma ora si sta rivelando controproducente. Come dice Epicuro, meglio evitare un piacere momentaneo che poi dia maggior affanno e sopportare un dolore momentaneo che poi darà maggior piacere... ma tanto la cazzata l'ho fatta ed ora eccomi qui, a fare quello che dice meglio prevenire che curare quando si sta dissanguando.
Sto male, sì, ecco, lo dico, senza sentimentalismo. Sto proprio male. Sono pazzo d'amore, mi sento solo, sono stressato e non riesco più a scrivere qualcosa di più lungo di tre pagine. L'attor tragico ha scelto proprio il palco sbagliato per esibirsi: oops!, la vita è una farsa, dimenticavo.
Non c'è soluzione. Non c'è via d'uscita. Ma non mi trascinerò strisciando. Questo no, per niente. Me ne andrò a testa alta e a schiena dritta, finché potrò, anche se non credo sarà per molto. No, direi di no. Non piangerò per te. Non urlerò per voi. La lucidità è l'arma migliore, ecco. Devo provare ad usare quella. Devo finirla di prendere a testate il muro, mordermi le mani e mandare sospiri come il più becero degli stilnovisti. Se non per conservare una dignità d'uomo, perché oramai so di essere un vile, perlomeno, per mantenere quel poco di arte - e di respiro - che mi è rimasto addosso, appiccicato come uno specchio riflesso.
Forza e coraggio, vaso di coccio nato tra i vasi di ferro!

 

 

 

 

227 - Lettera al Marchese de Sade

Wrote in venerdì, 16 ottobre 2009

At 22:56  

 



Ill. mo divin Marchese,
è a lei che indirizzo questa mia missiva nella speranza che raccolga le mie richieste e fornisca un'adeguata risposta agli interrogativi che da tempo, le confesso, mi assillano.
Fin dalla tenera età, mi sono occupato del tema della moralità e dell'immoralità, ossia, usando due termini per lei certo più pregnanti, del vizio e della virtù; e mi sono ovviamente accorto, come lei già noto nel suo secolom di quanto essi siano interscambiabili e relativi. Non starò qui a tediarla con ciò che ne è seguito... ma le confesserò che sono presto arrivato alla sua medesima conclusione, benché non formulata altrettanto radicalmente: spesso colui che viene detto virtuoso è in realtà preda di vizi nascosti e sottili, e dunque più perversi, mentre colui che si professa amorale è spesso dotato d'un'etica a lui stesso ignota. Per esemplificare questo concetto, ripeterò un'immagine mutuata dalle sue opere: spesso il religioso è più ateo dell'ateo stesso.
Osservando i miei simili, questa opinione, come avrà di certo intuito, non ha fatto che trovare conferma; pure, non trovavo nessuno cui esporre il mio pensiero. Fu allora che lei - metaforicamente parlando - mi capitò sotto mano, sotto forma di soggetto d'un'opera invero sublime, ma che certo, com'è giusto che sia, la colmerebbe di repentino e profondo disgusto, pervasa com'è di pietà per l'essere umano.
Ho scoperto allora la sua opera, e ho trovato la mia clef-de-voute, e il destinatario più adatto.
Tutto questo sproloquio per chiedere: ma di fronte a gente che ritiene il massimo della trasgressione fumare nei letti, rasarsi in pubblico e mettersi la cravatta a scuola, o copulare con solo due donne alla volta, non sarebbe meglio tornare all'antico vizio, cioè all'antica virtù, al perfetto insegnamento che lei ci ha dato, alla virtù sincera del vizio, e non ristagnare negl'ipocriti vizi della virtù? Tutto questo sproloquio per chiedere: strangolare leggermente una donna mentre si copula con lei è davvero più crudele e più stupido che godere guardando una finta evirazione? Essendo lei il più grande philosophe al mond sull'argomento, almeno a mio parere, vorrei domandarle: meglio essere un limone libero o un'arancia meccanica?
Con la speranza che le mie parole siano state sufficientemente chiare, le rivolgo adesso i miei più cordiali saluti

Alessandro Cafarelli

 

 

 

227 - L'uomo di campagna

Wrote in venerdì, 09 ottobre 2009

At 22:56  

 



"Chi fa, che non far deve,
la pena non è lieve;
chi non fa, e fare deve,
prima ancor la riceve".

Questi quattro settenari, che mi sono scarabocchiato in testa stamattina mentre facevo il manifestante su e giù per il centro di Bari (e che con questa situazione non hanno niente a che fare) credo (e spero) descrivano perfettamente la mia condizione. Un reietto, un traditore, un infrangitore di regole, un uomo che ha peccato di hybris, come direbbero gli antichi Greci. La colpa, oh, non è ignota, come i poveri personaggi kafkiani: la conosco eccome. Ma non pensavo che la punizione fosse così grave.
Bisogna fuggire. Evitare il contatto. La vita no: non si può evitare. Ma evitare che gli altri restino contaminati, questo sì. E' fattibile. Perché devo farne le mie vittime? Loro possono solo fare i carnefici, e basta.

Bisogna sparire. Al più presto.

 

 

 

226 - Monologhi e annunci

Wrote in martedì, 06 ottobre 2009

At 23:02  

 



"D'altronde non sono che un attor tragico nato per sbaglio in un mondo da operetta, una farsa opaca dove buffoni stantiii e machere grottesche s'aggirano recitando a memoria vecchi copioni ormai privi d'arte, come quello dell'amore o quello dell'odio, in una lista esaurita.
Io mi trovo qui, con tanto ardore da far sfociare in una purificazione, e mi ritrovo costoro, che non fanno altro che sghignazzare, e, per un curioso equivoco, ci ritroviamo l'uno le parti dell'altro, così io mi abbasso e loro si elevano. E' solo a fine spettacolo che si scopre il malinteso: e loro, secondo voi, che ne fanno? Ma ne ridono, ovviamente! Ed io che ho la morte addosso mi ritrovo a cercare un altro palcoscenico, ma a che pro? Tutti realizzano la propria morte, ma tutti vogliono la propria vita."

Sì, come inizio di una carriera da drammaturgo non è male :P

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Bambini, ieri son diventato maggiorenne:

SONO IL RE DEL MONDO!

 

 

 

225 - L'uomo dal fiore in bocca

Wrote in mercoledì, 30 settembre 2009

At 22:15  

 



L'uomo dal fiore in bocca

di Luigi Pirandello

 

Persone del dialogo:

L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA

UN PACIFICO AVVENTORE

 

N. B. -Verso la fine, ai luoghi indicati, sporgerà due volte il capo dal cantone un'ombra di donna, vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti.

 

Si vedranno in fondo gli alberi d'un viale, con le lampade elettriche che traspariranno di tra le foglie. Ai due lati, le ultime case d'una via che immette in quel viale. Nelle case a sinistra sarà un misero Caffè notturno con tavolini e seggiole sul marciapiede. Davanti alle case di destra, un lampione acceso. Allo spigolo dell'ultima casa a sinistra, che farà cantone sul viale, un fanale anch'esso acceso. Sarà passata da poco la mezzanotte. S'udrà da lontano, a intervalli, il suono titillante d'un mandolino.

Al levarsi della tela, l'Uomo dal fiore in bocca, seduto a uno dei tavolini, osserverà a lungo in silenzio l'Avventore pacifico che, al tavolino accanto, succhierà con un cannuccio di paglia uno sciroppo di menta.

 

L'UOMO DAL FIORE. Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è... Ha perduto il treno?

L'AVVENTORE. Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.

L'UOMO DAL FIORE. Poteva corrergli dietro!

L'AVVENTORE. Già. E` da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegli impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini... Più carico d'un somaro! Ma le donne - commissioni... commissioni... - non la finiscono più. Tre minuti, creda, appena sceso di vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita; due pacchetti per ogni dito.

L'UOMO DAL FIORE. Doveva esser bello! Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.

L'AVVENTORE. E mia moglie? Ah sì le mie figliuole? E tutte le loro amiche?

L'UOMO DAL FIORE. Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.

L'AVVENTORE. Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!

L'UOMO DAL FIORE. Ma sì che lo so. Appunto perché lo so. Pausa Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.

L'AVVENTORE. Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare. Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, più brutto è, più misero e lercio, e più imbizzarriscono a pararlo con tutte le loro galanterie più vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto è la loro professione... - “Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo... di quest'altro... e potresti anche, se non ti secca (caro, il “se non ti secca”) ... e poi, giacché ci sei, passando di là...” - Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? - “Uh, ma che dici? Prendendo una vettura...” - Il guajo è che, dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.

L'UOMO DAL FIORE. Oh bella! E perciò?

L'AVVENTORE. Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in trattoria; poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All'uscita, dico, che faccio? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero?

L'UOMO DAL FIORE. Non chiude, nossignore. Pausa E così ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?

L'AVVENTORE. Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati...

L'UOMO DAL FIORE. No, no, non dico! Pausa Eh, ben legati, me l'immagino: con quell'arte speciale che mettono i giovani di negozio nell'involtare la roba venduta... Pausa Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata... ch'è per se stessa un piacere vederla... così liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza... La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l'altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell'arte; poi ripiegano da un lato e dall'altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l'involto, e legano così rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d'ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.

L'AVVENTORE. Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio.

L'UOMO DAL FIORE. Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un'ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d'essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta... quel bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d'incartarlo. Pausa Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l'involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio... Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista... immaginando... - uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un'idea. Pausa - Poi, cupo, come a se stesso: Ma mi serve. Mi serve questo.

L'AVVENTORE. Le serve? Scusi... che cosa?

L'UOMO DAL FIORE. Attaccarmi così - dico con l'immaginazione - alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d'una cancellata. Pausa Ah, non lasciarla mai posare un momento l'immaginazione: - aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri... - ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire... sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. - Ma nella nostra, noi, non l'avvertiamo più, perché è l'alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì...

L'AVVENTORE. Sì, perché... dico, deve essere un bel piacere codesto che lei prova, immaginando tante cose...

L'UOMO DAL FIORE (con fastidio, dopo averci pensato un po'). Piacere? Io?

L'AVVENTORE. Già... mi figuro...

L'UOMO DAL FIORE. Mi dica un po'. E` stato mai a consulto da qualche medico bravo?

L'AVVENTORE. Io no, perché ? Non sono mica malato!

L'UOMO DAL FIORE. Non s'allarmi! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per essere visitati.

L'AVVENTORE. Ah, sì. Mi toccò una volta d'accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.

L'UOMO DAL FIORE. Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale... Pausa Ci ha fatto attenzione? Divano di stoffa scura, di foggia antica... quelle seggiole imbottite, spesso scompagne... quelle poltroncine... E` roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lì per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, bello. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti a cui basta questo arredo cosi, alla buona, decente, sobrio. Vorrei sapere se lei, quando andò con la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando.

L'AVVENTORE. Io no, veramente...

L'UOMO DAL FIORE. Eh già; perché non era malato... Pausa Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male. Pausa Eppure, quante volte certuni stanno lì intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono. Pausa Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il rivedere la seggiola su cui poc'anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch'esso col suo male segreto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla. Pausa Ma che dicevamo? Ah, già... I1 piacere dell'immaginazione. - Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i clienti stanno in attesa del consulto!

L'AVVENTORE. Già... veramente...

L'UOMO DAL FIORE. Non vede la relazione? Neanche io. Pausa Ma è che certi richiami d'immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l'uno non intenderebbe più l'altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie. Pausa Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: - Avrebbero piacere quelle seggiole d'immaginare chi sia il cliente che viene a sedere su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? - Nessun piacere. E così io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un'occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che lo aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidi che posso supporre in lei.

L'AVVENTORE. Uh, tanti, sa!

L'UOMO DAL FIORE. Ringrazii Dio, se sono fastidi soltanto. Pausa C'è chi ha di peggio, caro signore. Pausa Io le dico che ho bisogno d'attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla. Con cupa rabbia: E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c'è, c'è, ce lo sentiamo tutti qua, come un'angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell'atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua... a queste noje... a tante stupide illusioni... insulse occupazioni... Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza... questa che ora qua è una noja... e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà... che gusto, queste lagrime... E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla... specialmente quando si sa che è questione di giorni. A questo punto dal cantone a destra sporgerà il capo a spiare la donna vestita di nero. Ecco... vede là? dico là, a quel cantone... vede quell'ombra di donna? - Ecco, s'è nascosta!

L'AVVENTORE. Come ? Chi. . . chi era ?...

L'UOMO DAL FIORE. Non l'ha vista? S'è nascosta.

L'AVVENTORE. Una donna?

L'UOMO DAL FIORE. Mia moglie, già.

L'AVVENTORE. Ah! la sua signora ?

L'UOMO DAL FIORE (dopo una pausa). Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d'andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. E` come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che più lei le prende a calci, e più le si attaccano alle calcagna. Pausa Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare. Non mangia, non dorme più. Mi viene appresso, giorno e notte, così, a distanza. E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti. - Non pare più una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverati per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; e ha appena trentaquattro anni. Pausa Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: - Stupida! - scrollandola. Si piglia tutto. Resta lì a guardarmi con certi occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza. Di nuovo a questo punto, la donna sporgerà il capo. Ecco, guardi... sporge di nuovo il capo dal cantone.

L'AVVENTORE. Povera signora!

L'UOMO DAL FIORE. Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch'io me ne stessi a casa, quieto, tranquillo, a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amorose e sviscerate cure; a godere dell'ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c'era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola del salotto da pranzo. - Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l'assurdità... ma no, che dico l'assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d'Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lì a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale. Case, perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell'uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. - Le sembra possibile?

L'AVVENTORE. Ma forse la sua signora...

L'UOMO DAL FIORE. Mi lasci dire ! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei passa per via; un altro passante, all'improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: “Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso ”. E con quelle due dita protese, la piglia e butta via... Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l'hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l'altro. Ora io, Si alzerà. caro signore, ecco... venga qua... Lo farà alzare e lo condurrà sotto il lampione acceso. qua sotto questo lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi, qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce d'una caramella: - Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma... La morte, capisce? è passata. M'ha ficcato questo fiore in bocca, e m'ha detto: - “Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!” Pausa Ora mi dica lei, se con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e quieto, come quella disgraziata vorrebbe. Pausa Le grido: - Ah sì, e vuoi che ti baci? - “Sì, baciami” - Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l'altra settimana, s'è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m'ha preso la testa e mi voleva baciare... baciare in bocca... Perché dice che vuol morire con me. Pausa E` pazza... Poi con ira: A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro... lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco... cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno... Riderà. No no, non tema, caro signore: io scherzo! Pausa Me ne vado. Pausa Ammazzerei me, se mai... Pausa Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo... come due labbra succhiose... Ah, che delizia! Riderà. – Pausa Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. Pausa Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra... Pausa E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. - All'alba, lei può fare la strada a piedi. - I1 primo cespuglietto d'erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò. Pausa Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Riderà. Poi: Buona notte, caro signore.

 

E s'avvierà, canticchiando a bocca chiusa il motivetto del mandolino lontano, verso il cantone di destra; ma a un, certo punto, pensando che la moglie sta li ad aspettarlo, volterà e scantonerà dall'altra parte, seguito con gli occhi dal pacifico avventore quasi basito.


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Più il mio diciottesimo compleanno si avvicina, più ho paura, e più penso alla morte, all'alienazione, all'oltrepassare limiti che non si possono oltrepassare.
Crisi di mezz'età, la chiamano.
Sì, ma a diciott'anni?

 

 

 

224 - Schifo

Wrote in lunedì, 21 settembre 2009

At 23:21  

 


-6

Non sono mai stato un gran patriota, se per patriota intendete guerrafondaio.
Per me l'eroismo non ha senso, la guerra è solo una carneficina, un eroe è solo un assassino.
Ma una vita è sempre una vita, e come tale la rispetto, e come tale condanno chi priva gli altri di essa, chi ne gode come una iena in prossimità dell'orgasmo, chi la sfrutta per fare del sensazionalismo.
Condanno questi ignoranti - perché ignoranti sono - che ballano sulle tombe dei propri fratelli, perché mi fanno schifo. Chiunque muoia, che sia per te o non per te, che sia una persona che conoscevi o di cui non ti importava niente, che sia una persona che amavi o che odiavi con tutto te stesso, che sia una persona che apprezzavi o che ti auguravi finisse all'Inferno, è una vita. E deridere grottescamente la morte è un altro insulto alla vita.
Che schifo.

 

 

 

223 - Ritorno a Wonderland (senza più bisogno del Bianconiglio)

Wrote in mercoledì, 16 settembre 2009

At 23:11  

 




Anno nuovo, vita vecchia.

Il detto rovescia il detto. E va beh. È costante della mia vita trovare pace nella propria guerra di contraddizioni (sottotitolo: vantiamocene).

Primo giorno di scuola: mamma mia. Ultimo primo giorno. Stanchezza terribile, rischio d’insonnia, principio di gastrite, e in più ci fanno cantare canzoni deprimenti in inglese. E dove cazzo siamo, all’asilo? Comincio da studiare domani, ed ovviamente quest’anno dovremo massacrarci l’encefalogramma per riuscire. Ansia, ansia tremenda. E paura, ovviamente.

Quella solita paura inspiegabile e dannatamente astratta che ho fin da quando ho sentito che c’era, fin da quando ho letto il libro di Buzzati (che su di me ha agito come il libro francese su Dorian Gray). Paura anche di aprire una porta e trovarmi uno zombie dietro, stile Resident Evil.

Non so proprio cosa voglio fare. Crisi di mezz’età, la chiamano. Ma si può avere una crisi di mezz’età a venti giorni dal compimento della maggiore età? Sono proprio un artista del cazzo, alle volte. Una sorta di intellettualaccio nevrotico in crisi. Il che è stato la causa di un memorabile dialogo in vernacolo:

"Tu sei una specie di Woody Allen PAJ"
"PAJ?"
"Sì, Pover’ A Jidde!"

dato che, per mia sfortuna, non possiedo quell’umorismo fulminante che possiede questo genio del cinema.

Sì, lo so, pura sega mentale. Ma è un rovello inestricabile? Dov’è Arianna? Questa volta è il Minotauro che dovrà liberare, però.
Ed una violenza assurda verso tutto che mai mi aveva contraddistinto in questo modo. È strano, non provo ostilità verso i miei compagni: sarà che ora siamo diventati troppo estranei anche per parlarci. Loro sono puro teatro, pura spuma, puro niente: eppure sono persone. Resta da risolvere la contraddizione. Pure questa.
E quest’ansia di ribellione? Sinceramente so da dove venga: da un desiderio di libertà che sfocia nella dittatura. Tutti vogliono decidere per me, programmarmi, tutti pensano di sapere già tutto, nessuno che ascolti, nessuno che obbedisca. Tutti che vogliono quel numeretto alla fine dell’anno: “100”. Ma chi gliel’ha chiesto? (Grande dilemma pirandelliano). E se io non volessi perderlo? E se io non volessi essere comparato a quella massa di formiche pedanti e fatue, prive di brio e ricche di menzogne, che appartengono a certe fasce “alte”, in tutti i sensi, il popolo del glam, dei viaggi intorno al mondo, dei linguaggi perfetti eccetera eccetera? (Altra contraddizione, poi, amare i personaggi di Woody Allen nei film e non sopportare i loro corrispettivi baresi, si vede che non amo la realtà). E se io non volessi essere confuso con le masse, se non volessi essere un tipo, se volessi solo comandare e basta, che ne so, essere unico?
Macché, io sarei il bravo studente, secondo loro. Quando reputo da sempre la scuola la più grossa disgrazia che possa capitare ad una persona che, nello sviluppo, desidera vivere. Quando credo da sempre che le cose s’imparano solo da soli.
Voilà, giocolieri: dietro questa maschera c’è un uomo e voi lo sapete, tanto per dirla con le parole di Renato Zero. Ed io non voglio essere la vostra macchietta. Né ora né mai. Io sono un istrione autonomo, e ne sono fiero.

 


LUCIO BATTISTI

QUESTIONE DI CELLULE

Probabilmente il mio papà
insieme a mia mamma chi lo sa
desideravano non me
ma un altro bambino

Un arrivato un costruttore
un presidente da onorare
un uomo comunque da invidiare
un altro bambino

Eh no e no
non è questione di cellule
ma della scelta che si fa
la mia è di non vivere a metà
io comunque io comunque vada
sia molto in alto che nella strada

Sicuramente anche lei
anche se non l'ha detto mai
desiderava meno guai
un altro uomo

Un uomo tranquillo su cui contare
che si lasciasse un po' guidare
un po' più facile da capire
un altro uomo

Eh no e no
non è questione di cellule
ma della scelta che si fa
la mia è di non vivere a metà
io comunque io comunque vada
sia molto in alto che nella strada

E certamente c'è qualcuno
o forse molti o nessuno che
fa programmi su di me per il futuro

Un altro discorso inaugurale
o un importante funerale
che possa razionalizzare
il mio futuro

Eh no e no
non è questione di cellule
ma della scelta che si fa
la mia è di non vivere a metà
io comunque io comunque vada
sia molto in alto che nella strada

"Chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere" (Charles Baudelaire)

http://www.youtube.com/watch?v=jSKuigkFQco&feature=channel_page

Chi non sa fare, insegna. Chi non sa insegnare, insegna ginnastica. Quelli che neanche la ginnastica li mandavano alla mia scuola. (Da "Io e Annie", 1977)

 

 

 

222 - Il regalo più grande

Wrote in domenica, 13 settembre 2009

At 01:49  

 



Ebbene sì: non ho resistito alla tentazione del rovesciamento grottesco.
Ve l'avevo detto, io, che certe cose non le reggo, mi danno proprio fastidio...
... e reagisco in maniere oserei dire... drastiche!

Come quando si tratta della pratica di cui leggerete sotto... non dico altro! Godetevi il racconto e spero vi piaccia!


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– Sono commossa – dichiarò la zia Giulia.

Se l’era preparato per tutta la sera; per tutta la durata della festa per i diciott’anni di Nicoletta l’avevamo vista, pur se di sfuggita, abbozzare un certo modo di gesticolare, schiarirsi la gola più e più volte, nonostante non fosse raffreddata, e nemmeno fumasse, spostare la sedia in modo da trovarsi pericolosamente vicina a capotavola – dove ovviamente sedeva la festeggiata –, e così via. Da giovane aveva intrapreso, senza successo, la carriera teatrale: ma quando l’avevano bollata per la diciassettesima volta, con fischi ed urla, come pessima Beatrice, aveva avuto una crisi nervosa ed aveva aperto un negozio di detersivi.

Non aveva però mai smesso di esibirsi: ed ora che ne aveva l’occasione, sfoggiava tutte le sue doti. Accogliemmo perciò la sua frase – accompagnata da una doverosa e perentoria lacrima scesa sulla guancia destra con precisione millimetrica, ed immediatamente tersa da un enorme fazzolettone di stoffa – con un silenzio ammirato, per non contrariarla. Dato uno sguardo a tutta la tavola e poi ancora attorno, abbracciando l’intera sala, potè sentirsi pienamente soddisfatta e, con un mite sogghigno, riprese a mangiare.

Il motivo della sua commozione era questo: Nicoletta, accolti gli amici da una parte ed i parenti dall’altra, e fatti servire gli antipasti, si era inaspettatamente seduta al secondo tavolo ed aveva annunciato di voler trascorrere la vacanza di due settimane per due persone in Finlandia, regalatale dai suoi genitori, con sua zia anziché con Marta, la sua migliore amica (che, tra parentesi, non l’aveva presa tanto bene ed aveva preso, forse per la prima volta nella sua vita, ma con una sorprendente eloquenza e dovizia di particolari, a parlar male di lei, riscuotendo larghi consensi tra gli altri aficionados). All’annuncio, tutta la seconda tavolata era scoppiata in un interminabile rincorrersi di applausi e di urla di giubilo, dove si poteva distinguere il – Brava! – di suo cugino Carlo, cioè io, lo stridulo – È la mia bambina! – di zia Rachele, cioè la madre di Nicoletta, il burbero – Sono fiero di te – del nonno Giuseppe e il – Sapevo che avresti fatto la scelta giusta –, con conseguente abbraccio, di zio Mario, il suo papà. Considerato, infatti, che era stata la zia Giulia, praticamente, a crescere Nicoletta, qualsiasi altra decisione sarebbe parsa inopportuna e sconveniente, e, come tale, sarebbe stata caldamente disapprovata.

Per la zia Giulia, ovviamente, non era affatto una sorpresa. Se l’aspettava; solo, non sapeva l’ora precisa. Per questo si era affrettata a preparare la sua reazione: per poter reagire nel modo migliore possibile, il prima possibile.

Ora che il più era fatto – e mangiato, se si considerano le tre porzioni di risotto ai frutti di mare che aveva trangugiato, sbalordendo tutti i camerieri, disse alla nipotina prediletta:

 – Nikita cara, non so come ringraziarti. Anch’io ti avevo preparato una sorpresa, ma penso che, in confronto alla tua, sarà davvero una sciocchezza... –

– Ma no, zia, che dici! Certo che la voglio vedere! Dov’è? – esclamò in fretta, Nicoletta, scuotendo le trecce bionde à la Sailor Moon, arrossendo di piacere al sentirsi chiamare col suo adorato nomignolo.

– Non  ora, cara, non ora. Dopo la torta, va bene? Dopo la torta –

Nicoletta, pur alquanto elettrizzata, non sollevò obiezioni, e la festa proseguì senza particolari incidenti, tranne forse il mio aver bevuto un po’ troppa sangria, il che, pur mantenendomi discretamente lucido, mi fece dire certe battute deplorevoli e compiere certi passi di danza simil-Michael Jackson che non voglio ora raccontare. Nikita fu l’anima della festa: si mosse di continuo da un tavolo all’altro, attaccò bottone con tutti, non trascurò nessuno, e ballò in maniera incantevole, attraendo tutti, persino la nonna Enrica, che si avvicinava agli ottanta, verso la pista.

Che festa perfetta! Nikita è proprio una così brava ragazza, ed ora che è diventata una donna sarà anche meglio!: questo era il pensiero comune.

Tanto più crebbe la nostra ammirazione quando arrivò la torta, e, fattala sparire in quattro e quattr’otto, la zia Giulia la cinse col suo braccione e sussurrò, facendosi sentire da tutti – È ora, tesoro. –

Nikita l’abbracciò e prese a saltellare per l’impazienza. I camerieri spostarono alcune sedie, per poi disporle in sei file orizzontali al centro della sala; dopodiché, da fuori, arrivò un computer portatile. Fu posto sopra un tavolo più alto degli altri, cosicché tutti potessero vederlo. Ci sedemmo tutti disordinatamente, e la zia Giulia, fendendo la folla, si pose davanti a noi e disse, con voce rotta: – Questo è... per te –

Inserì un dischetto in una fessura laterale del laptop e cliccò due volte con un piccolo mouse nero su di un’icona in basso a sinistra. Potemmo vedere allora il video che celebrava il nostro caro angelo.

C’era,  in sottofondo, “Smooth criminal” di Michael Jackson. Apparve dapprima questa scritta:

 

“Ci sono, nella vita, persone speciali, a cui vogliamo bene senza neanche accorgercene, e per cui faremmo di tutto, anche dare la nostra vita. Tanto per come sono, ma tanto più per quello che fanno. Sono i piccoli gesti, le piccole cose, che ce le fanno tanto amare. Una di queste sei tu, Nikita mia: e perciò, questo video è per te.”

 

La prima sequenza mostrava un negozio di giocattoli riccamente fornito. Dietro il bancone, supina, giaceva la proprietaria, con un sottile buco sfrangiato appena appena sopra il cuore, procurato da qualcosa come uno stiletto. Una pozza di sangue, non interamente visibile, si allargava sotto il suo corpo.

– Questo è stato quando avevo nove anni. Le avevo detto che volevo una Barbie, e lei, invece, mi aveva dato una Bratz. Eppure gliel’avevo detto tre volte! Ricordo che a casa piansi come una fontana, quando mi accorsi che era la bambola sbagliata! Anche papà stette piuttosto male –

– Ma è di una precisione chirurgica! – sbottai, ancora mezzo intontito ma ammirato.

Sì, papà mi aveva insegnato ad usare un coltello prima ancora che iniziassi la scuola elementare. Ti ricordi, papà, tutte quelle notti passate nei canili ad esercitarci sui cani malati? Bei tempi, quelli! Mi divertivo così tanto! E poi i proprietari ci pagavano, e ci erano così grati, perché quei cani non li voleva nessuno...

Il video mostrò poi i cadaveri di due uomini, vestiti soltanto di una tunica rosso Borgogna avvolta intorno alla vita, impiccati in un parco fuori città. Le vene dei polsi erano state tagliate in modo da formare una X, anche qui con estrema precisione, come non mancai di notare, e nell’istante della morte, dalla paura, i due si erano orinati addosso, e sotto le tuniche si vedevano chiaramente le chiazze umide.

– Questi erano due ex della mamma. Le davano tanto fastidio... ricordo che a dodici anni avevo preso familiarità con le corde... mi esercitavo sui pescatori... –

Una Nicoletta quindicenne, vestita in giacca nera e cravatta rossa, venne poi inquadrata, assieme ad un uomo e una donna, nell’atto di rinchiudere alcuni bambini nella cella frigorifera di un grosso ipermercato, per poi chiudere con calma la porta.

– Qui è quando, per un po’ di tempo, feci dei lavoretti su commissione per dare degli avvertimenti alla gente che non voleva pagare i propri debiti di gioco. I miei colleghi volevano semplicemente annegarli in alto mare, sapete, per andare più sul sicuro, ma io gli ho detto che l’ipermercato quel giorno chiudeva per ferie per un mese, e quindi non c’era rischio... mi ci pagavo i libri di scuola, il corso di hip hop e la piscina... ah, bei tempi! –

– Vedi cosa significa andare a lavorare fin da piccoli? – mi rimproverò mio padre. – Si diventa responsabili e si impara a mantenersi da soli! –

– Papà, sai benissimo che sono allergico al sangue! – ribattei io, piccato, farfugliando una scusa qualsiasi.

– Guarda che tua cugina non usa sempre coltelli! –

Il ragionamento non faceva una grinza, ma non volevo confessare, lì, davanti a tutti, il fatto che a ventiquattro anni ero ancora troppo pigro per trovarmi un lavoro.

– E questo è il capolavoro della mia bambina! – proclamò, un minuto dopo, la zia Giulia.

Dopo altri sette o otto lavoretti, tra cui una bomba nel reparto di oncologia di un ospedale ed un investimento per mezzo di un tagliaerba, il video mostrò infine una sala operatoria, illuminata da luci verdastre, dove Nikita praticava un’autopsia ai corpi – vivi – di un ragazzo e di una ragazza.

– Questo è quando ho scoperto che il mio primo ragazzo mi aveva tradito con la mia prima migliore amica. Ne fui davvero sconvolta, sapete? Smisi perfino di mangiare, e Dio sa quanti pranzi ho fatto buttare alla povera mamma! Per questo, poi, ho fatto attenzione a scegliere una lesbica, come migliore amica, così da non correre più un pericolo simile –

Finita l’autopsia, noi tutti – Nicoletta inclusa – pensammo che il video fosse terminato, ma non aveva fatto i conti con zia Giulia. La nostra giunonica parente aveva voluto immortalare, ad insaputa di tutti, altri due trionfi della sua adorata nipotina.

Il primo era il giorno della maturità di Nicoletta, che la mia meravigliosa cugina aveva conseguito con cento e lode, dove, in omaggio alle istituzioni scolastiche statunitensi, aveva decapitato il presidente della commissione d’esame ed i suoi professori d’italiano, matematica, greco e storia, aveva distribuito le ultime tre teste ai suoi tre compagni di classe che avevano ottenuto i suo stesso voto (che, in segreto, si facevano chiamare “I fantastici 4”, ma mai davanti all’intera scolaresca, per non incorrere nelle loro ire), e poi, tutti assieme, le avevano lanciate in aria come fossero cappelli.

A questo punto la canzone di Michael Jackson era terminata, e potemmo sentire le prime note di “Killer queen” cantate dalla fantastica voce di Freddie Mercury, che col suo stile inconfondibile ed immortale fotografò infine il momento in cui Nikita aveva sparato con un fucile a canne mozze dritto in testa ad una ragazza che aveva voluto occupare, quella sera, la sala, sempre per festeggiare il suo compleanno, per poi infilarle la canna in bocca.

A questo punto, scoppiò un nuovo applauso generale. Ma, più che un applauso, bisognerebbe dire che fu un’ovazione. Tutti, ma proprio tutti, eravamo estasiati dalle prodezze di Nicoletta, che, così giovane, aveva conseguito già tanti successi professionali ed aveva alle spalle una così lunga ed onorata carriera, ed era quindi l’orgoglio della famiglia. All’applauso, pardon, all’ovazione, si unirono presto amici e camerieri.

Nikita non la smetteva più di profondersi in inchini. Che incantevole fanciulla! E così modesta, poi! S’era preparata per tutta la sera; per tutta la durata della festa per i suoi diciotto anni, l’avevamo vista, pur se di sfuggita, abbozzare un certo modo di gesticolare schiarirsi la gola più e più volte, nonostante non fosse raffreddata e nemmeno fumasse, e così via.

– Sono commossa – dichiarò Nikita.



 

 

 

221 – Cambiamenti

Wrote in lunedì, 07 settembre 2009

At 01:50  

 


 

Soffro di un doppelgänger.

Proprio come Devil Jin, il personaggio di Tekken 5 (videogioco che è, al momento, una delle mie più felici ossessioni), Devil Jin 3che vedete qui accanto, covo un diavolo dentro di me - diavolo, attenzione, non demone: demone lo sono già, e per demone io intendo anche una figura neutra –, un gene impazzito che si fa strada, salta, fa a cazzotti con la controparte, si prende possesso dell’intero corpo. Immaginatevi l’angelo e il diavolo nella testa di Homer Simpson o i due Majin Bu, tanto per capire.

Questo diavolo è la mia parte vera. Il mio doppelgänger è un doppelgänger alla rovescia: è la parte buona quella nascosta, e di solito ci tengo a che non esca. Ma, considerate le degenerazioni che ha raggiunto la controparte, sarebbe meglio ritirarla fuori, come si fa con un vestito smesso.

Perché, vedete, l’odio che provo per certe persone mi spiazza, mi turba, mi spaventa, mi ossessiona. Lo sento immedicabile. Così come, quando le persone che mi hanno fatto soffrire soffrono anch’esse nello stesso identico modo, di questi tempi, sento aggredirmi il sadismo, il desiderio che stiano ancora peggio, il “se lo meritano” – quando in realtà sono solo colpevolmente innocenti di esistere – l’aggressività che sfocia nelle fantasie violente, e una terribile ironia grottesca che rovescia sulla carta, che è sempre un buon tendone di salvataggio, in maniera mostruosa certi loro luoghi comuni, nell’essere e nell’apparire, che tanto mi irritano. Non dirò che non amo questa parte, perché sarebbe una falsità – insomma, non sto parlando a voi come se mi fossi iscritto alla Alcolisti Anonimi o fossi uno psicopatico che chiede alla gente di aiutarlo a smettere di uccidere –: essa mi dà spesso forza, coraggio e desiderio di ricominciare, voglia di rivalsa. Ci terrei, però, a una maggiore armonia, a un’euritmia, tanto per dirla alla greca.

E diciamo che, nella mia prevista futura vita da scapolo, ciò si preannuncia decisamente arduo da realizzare.

Questo il primo cambiamento.

Il secondo, fortunatamente, è meno “drammatico”. Mi si è affinato il gusto, la capacità critica, una cosa che chiamo “occhio estetico”. Riesco a giudicare quasi tutto quello che vedo e sento da me, e solitamente colgo bene. Benché non sia nato gentiluomo, ne sto acquistando più o meno le maniere – se escludete il mio viscerale amore per la birra, eh eh eh.

Ciò si applica anche alle persone. Mi rendo conto che in vita mia mi sono invaghito, o sono stato attratto, sempre e solo da belle ragazze – anche una che all’inizio non lo era è poi notevolmente “migliorata” – ,e ciò non per razzismo, ma per capacità congenita, per istinto innato. Per questo, pur non avendo mai centrato il bersaglio, posso reputarmi contento, ora che sono sulle soglie dell’alta età, e provare un sentimento di sghignazzamento compassionevole, di rabbia irrisoria quando vedo amici e amiche innamorarsi e/o invaghirsi e/o essere attratti/e da quelli/e che sono – se permettete – cessi/e abnormi. E continuo a domandarmi: ma solo io riesco sempre a puntare le persone belle e “giuste”, con tutt’al più qualche difetto veniale? È una cosa che mi fa sentire alquanto presuntuoso, come quando capisco una cosa che reputo facilissima da capire e gli altri no, e faccio: “Possibile?”. La mia arroganza è, notoriamente, senza pari, non vorrei alimentarla oltremodo.

Con ciò, ho terminato questo resoconto della mia vita emotiva di questa estate. Direi che il mio carattere è oramai giunto quasi a piena maturazione – ho anche una certa età, vorrei ben vedere –, e si può certo preparare la vendemmia. Per quanto riguarda, invece, la mia “supposta” vita artistica, beh, quella, al momento, sono affari miei.

 

« Je suis un artiste, excusez-moi! »

 

P. S. : eccovi ora una canzone, una citazione, un link ad uno spezzone particolarmente bello di un film ed una battuta di Woody Allen, cosa che spero d’ora in poi diventerà un’abitudine.

A bientôt!

 

 

 

Don Giovanni

[Dall’album omonimo, 1986, traccia n°. 6, testi di Pasquale Panella]

 

Testo:

 

Non penso, quindi tu sei:
questo mi conquista.
L'artista non sono io:
sono il suo fumista.

Son santo:

mi illumino,
ho tanto

di stimmate.

Segna e depenna Ben Hur:
sono Don Giovanni.
Rivesto quello che vuoi,
son l'attaccapanni.

Poi penso

che t'amo:
no, anzi,

che strazio.

Che ozio, nella tournee
di mai più tornare
nell'intronata routine
del cantar leggero!...
...l'amore, sul serio...

...descrivi
che non esisto quaggiù,
che sono
l'inganno.

Sinceramente non tuo,
sinceramente non tuo...
Qui, Don Giovanni: ma tu,

dimmi, chi ti paga?

 

“E ti senti il diritto di sentirti leggero: leggero, nel vestito migliore, sulla testa un po' di sole ed in bocca una canzone.” (Luciano Ligabue)

 

http://www.youtube.com/watch?v=97danWYragU&feature=channel_page

 

“(A una ragazza squillo:) – Ti vo-voglio chiedere una cosa ; non-non hai mai paura che quando un tizio viene a casa tua, e ti paga, magari dopo ti lega e ti uccide? –

– Oh, no, io mi faccio sempre pagare in anticipo!” [da “La dea dell’amore”, 1995]


 

 

 

Past Days